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Peppino Impastato: il coraggio di rompere il silenzio con l’ironia e la libertà

Peppino Impastato: il coraggio di rompere il silenzio con l’ironia e la libertà

Il 9 maggio 1978 l’Italia si svegliava sotto lo shock del ritrovamento del corpo di Aldo Moro in via Caetani. Nelle stesse ore, a Cinisi, un piccolo comune siciliano a pochi passi dall'aeroporto di Punta Raisi, la mafia cercava di mettere in scena un ultimo, macabro inganno: far passare per un terrorista suicida un giovane di trent'anni, dilaniato dal tritolo sui binari della ferrovia. Quel giovane era Peppino Impastato.

Chi era Peppino Impastato: la ribellione nel sangue

Peppino non era un eroe per scelta, ma per necessità morale. Nato nel 1948 in una famiglia organica a Cosa Nostra — il padre Luigi era un affiliato e il cognato del boss Cesare Manzella — Peppino decise fin da adolescente di compiere il gesto più difficile: ripudiare il proprio sangue.

La sua non fu solo una battaglia politica tra le fila della sinistra extraparlamentare, ma una rottura antropologica. Scacciato di casa dal padre, Peppino scelse di restare a Cinisi per combattere il potere mafioso dall'interno, trasformando il dolore dell'ostracismo in azione civile.

Radio Aut e l'arma del sorriso

Nel 1977 Peppino fondò Radio Aut, una radio libera e autofinanziata. Fu qui che l’antimafia cambiò volto. Attraverso il programma Onda Pazza, Peppino iniziò a sbeffeggiare i potenti locali e i boss di Cosa Nostra.

Il "terribile" Gaetano Badalamenti, capo della cupola, veniva ribattezzato sprezzantemente "Don Tano Seduto", e la sua Cinisi descritta come "Mafiopoli". Per la prima volta, la mafia non veniva solo denunciata, ma ridicolizzata. Peppino aveva capito che il potere mafioso si nutre di rispetto e timore referenziale; togliere loro la solennità significava spogliarli della loro autorità.

Cosa sono i "Cento Passi"

L'espressione, resa celebre dal film di Marco Tullio Giordana, non è solo una metafora poetica. Era la distanza reale che separava la casa della famiglia Impastato dall'abitazione del boss Gaetano Badalamenti.

Cento passi di strada che rappresentavano un abisso morale. Quella vicinanza fisica rendeva la sfida di Peppino intollerabile per l'organizzazione: era la dimostrazione che si poteva vivere a un soffio dal male senza esserne contagiati, sfidandolo ogni giorno a viso aperto.

L’omicidio: il silenzio interrotto

La Mafia decise di eliminare Peppino quando capì che la sua candidatura alle elezioni comunali avrebbe potuto dare una veste istituzionale alle sue denunce. Nella notte tra l’8 e il 9 maggio 1978, fu prelevato, stordito e legato ai binari della ferrovia Palermo-Trapani. Un carico di tritolo fece il resto.

Per anni, depistaggi istituzionali tentarono di archiviare il caso come "attentato terroristico fallito" o suicidio. Solo grazie alla determinazione della madre Felicia e del fratello Giovanni, che non smisero mai di cercare la verità, nel 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all'ergastolo come mandante dell'omicidio.

Un’eredità viva

Oggi Peppino Impastato è il simbolo di un’antimafia che parte dal basso, dalla cultura e dall'informazione. La sua storia ci ricorda che la lotta alla criminalità organizzata non si fa solo nelle aule di tribunale, ma nelle redazioni, nelle scuole e, soprattutto, avendo il coraggio di compiere quei "cento passi" verso la legalità, ogni giorno.

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